Microplastiche: dove si trovano, effetti sul cibo e come evitarle

Cosa sono le microplastiche, dove si trovano e come ridurre l’esposizione nel cibo: l’articolo di Adhoc per i professionisti del settore Ho.Re.Ca.

Il 7 giugno si celebra la Giornata Mondiale della Sicurezza Alimentare, istituita dall’ONU per sensibilizzare su uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la qualità di ciò che arriva nei nostri piatti. Quest’anno vogliamo dedicarla a un argomento che riguarda tutta la filiera alimentare – dalla produzione alla tavola – e che chi lavora nel settore Ho.Re.Ca. non può permettersi di ignorare: le microplastiche negli alimenti.

Non si tratta di un rischio teorico o futuro. Le microplastiche sono già presenti nel cibo che servi e nell’acqua che usi nel tuo locale. Conoscerle è il primo passo per affrontarle con consapevolezza.

Cosa sono le microplastiche: definizione e dimensione

Le microplastiche sono particelle di materiale plastico non biodegradabile con dimensioni inferiori ai 5 millimetri – alcune misurano pochi micrometri, invisibili a occhio nudo. Quando le dimensioni scendono sotto i 100 nanometri, si parla più precisamente di nanoplastiche, una categoria ancora più difficile da rilevare e studiare.

La loro origine è doppia: derivano sia dalla frammentazione di oggetti plastici più grandi esposti agli agenti atmosferici, sia dall’immissione diretta nell’ambiente di particelle già di piccole dimensioni come quelle contenute in prodotti cosmetici o detergenti. In entrambi i casi, una volta disperse, non si degradano: si accumulano.

 

Microplastiche primarie e secondarie: differenze e origini

La distinzione tra microplastiche primarie e secondarie è fondamentale per capire come si genera il problema.

  • Le microplastiche primarie vengono rilasciate direttamente nell’ambiente come particelle di piccole dimensioni. Le fonti principali sono il lavaggio di capi in fibra sintetica (che rilascia frammenti di poliestere e nylon), l’abrasione degli pneumatici durante la guida e le microsfere aggiunte intenzionalmente in prodotti cosmetici e per la cura personale. Rappresentano circa il 15-31% delle microplastiche presenti negli oceani.
  • Le microplastiche secondarie sono invece il risultato della degradazione di oggetti plastici più grandi – bottiglie, buste, reti da pesca, imballaggi – esposti alla luce solare, al calore e all’azione meccanica delle onde e del vento. Costituiscono la quota maggioritaria: circa il 68-81% di quelle presenti in mare.

 

Dove si trovano le microplastiche: mare, acqua, aria e alimenti

La risposta breve e purtroppo corretta è: ovunque. Le microplastiche sono state rilevate nei fondali degli oceani, sulle cime delle montagne e nelle nuvole, come dimostrano campioni prelevati in Giappone dalle cime dei monti Fuji e Oyama. Viaggiano nell’aria sotto forma di polvere e possono essere inalate, oltre che ingerite.

La loro diffusione globale è il risultato di decenni di produzione e smaltimento incontrollato della plastica: una volta disperse nell’ambiente, le microplastiche non scompaiono ma si frammentano ulteriormente e si spostano attraverso vento, correnti marine e ciclo dell’acqua. È per questo che le troviamo anche in luoghi apparentemente incontaminati, lontani da qualsiasi fonte industriale.

Per chi lavora nella produzione e distribuzione alimentare, i vettori più rilevanti sono tre: l’acqua (potabile, marina e di falda), l’aria degli ambienti di lavorazione e gli imballaggi plastici a contatto con il cibo. In ognuno di questi casi, le microplastiche possono trasferirsi agli alimenti in modo invisibile e continuativo senza alterarne l’aspetto, il sapore o l’odore, rendendo il problema difficile da percepire ma non per questo meno reale.

 

 

Microplastiche in mare: perché sono un problema globale

Si stima che ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscano in mare come macroplastiche, a cui si aggiungono circa 1,5 milioni di tonnellate di microplastiche primarie. Una volta in acqua, la plastica si frammenta progressivamente, colonizzando l’intera colonna d’acqua e i sedimenti marini.

Il problema non è solo ambientale. Gli animali marini (pesci, crostacei, molluschi) ingeriscono queste particelle scambiandole per plancton o cibo. Le microplastiche si accumulano nei loro tessuti e, attraverso la catena alimentare, arrivano fino a noi. Uno studio della Cornell University, pubblicato su Environmental Science & Technology, ha mappato l’assorbimento di microplastiche in 109 Paesi: nei Paesi asiatici, africani e americani, l’assorbimento tramite aria e dieta è aumentato di oltre sei volte dal 1990 al 2018.


Microplastiche e acqua in bottiglia: quanto sono presenti?

Più di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Uno studio del 2024 condotto dalla Columbia University e dalla Rutgers University, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha rilevato nelle acque in bottiglia analizzate una concentrazione media di 240.000 frammenti per litro, con punte fino a 370.000 – una quantità fino a 100 volte superiore rispetto alle stime precedenti. Il 90% delle particelle rilevate erano nanoplastiche.

Le fonti di contaminazione sono principalmente il processo di imbottigliamento, i tappi e la bottiglia stessa, che rilascia particelle soprattutto se esposta al calore o conservata a lungo. Per fare un confronto, l’acqua del rubinetto contiene in media circa la metà delle microplastiche dell’acqua in bottiglia. Secondo alcuni studi recenti, chi consuma esclusivamente acqua in bottiglia ingerisce fino a 90.000 particelle di microplastiche in più all’anno rispetto a chi beve acqua potabile domestica. 


Microplastiche nel cibo: quali alimenti sono più esposti

Le microplastiche sono state trovate in quasi tutte le categorie alimentari testate dalla ricerca internazionale. In uno studio condotto da Ocean Conservancy con l’Università di Toronto, le microplastiche erano presenti nell’88% dei campioni testati su 16 macro-categorie di alimenti.

Gli alimenti più esposti risultano essere:

  • Pesce e prodotti ittici: gamberi, bastoncini di pesce e merluzzo sono tra i più contaminati. I crostacei, consumati interi, accumulano microplastiche in misura maggiore rispetto ai pesci.
  • Carni lavorate: nuggets di pollo e controfiletto di manzo mostrano livelli rilevabili, seppur inferiori al pesce.
  • Alimenti proteici a base vegetale: nuggets vegetali e bastoncini di pesce vegetali risultano i più contaminati in questa categoria.
  • Altri alimenti: birra, miele, sale marino, frutta e verdura, acqua potabile. La presenza è diffusa e trasversale a tutte le tipologie.

 


Qual è il principale alimento attraverso cui ingeriamo microplastiche

Tra tutti gli alimenti, pesce e frutti di mare sono la fonte primaria di ingestione di microplastiche. I molluschi bivalvi (cozze, vongole, ostriche) sono i più esposti, perché filtrano grandi quantità di acqua marina e trattengono le particelle nei loro tessuti. A differenza dei pesci, vengono consumati quasi interamente, senza scartare organi e viscere.

I crostacei seguono a breve distanza: gamberi e scampi consumati interi accumulano concentrazioni significative. È una questione di posizione nella catena alimentare e di modalità di consumo, non di qualità del prodotto in sé.


Microplastiche nella catena alimentare: come entrano nei nostri piatti

Il percorso delle microplastiche verso la nostra tavola passa attraverso più vie.

  1. La prima è quella marina: gli animali acquatici ingeriscono microplastiche direttamente dall’acqua o dal plancton contaminato e le concentrano nei loro tessuti.
  2. La seconda è quella ambientale: frutta e verdura possono assorbire microplastiche dal suolo e dall’acqua di irrigazione attraverso le radici.
  3. La terza via è quella degli imballaggi: il contatto prolungato tra alimenti e contenitori di plastica, soprattutto se esposti al calore, porta al trasferimento di particelle e additivi chimici nel cibo.

Il risultato è che non esiste, allo stato attuale, una fase della filiera alimentare completamente immune dalla contaminazione, dalla produzione primaria al piatto. 


Plastiche e microplastiche: differenze e implicazioni per la salute

Le plastiche sono materiali polimerici di grandi dimensioni, generalmente visibili e gestibili. Le microplastiche, invece, sono il risultato della loro degradazione o della loro produzione intenzionale in formato ridotto e pongono problemi molto diversi: non sono rimuovibili dall’ambiente con gli strumenti ordinari, penetrano nei tessuti degli organismi viventi e trasportano con sé additivi chimici (ftalati, bisfenoli, ritardanti di fiamma) che possono interferire con i sistemi biologici.

Gli effetti sulla salute umana sono ancora oggetto di ricerca attiva. Ciò che sappiamo oggi è che le microplastiche possono accumularsi in reni, fegato e intestino e che alcune sostanze chimiche associate alla plastica aumentano il rischio di infiammazioni, disturbi metabolici e danni ai tessuti. 

 

 

Come evitare le microplastiche nel cibo e ridurre l’esposizione quotidiana

Azzerare completamente l’esposizione alle microplastiche non è possibile allo stato attuale. Ridurla, invece, è possibile e per chi gestisce un’attività nel settore alimentare, adottare buone pratiche è una responsabilità concreta.

Alcuni accorgimenti verificati dalla ricerca sono i seguenti:

  • Preferire contenitori in vetro, acciaio inossidabile o ceramica per conservare e riscaldare gli alimenti, evitando la plastica soprattutto a contatto con il calore.
  • Non riscaldare mai il cibo in contenitori di plastica, neanche quelli classificati come “idonei al microonde”: il calore accelera il rilascio di particelle.
  • Ridurre il consumo di acqua in bottiglia a favore dell’acqua del rubinetto, eventualmente filtrata. Bollire l’acqua del rubinetto può ridurre la presenza di micro e nanoplastiche.
  • Limitare gli imballaggi plastici negli acquisti, preferendo alternative in carta, vetro o materiali naturali dove possibile.
  • Scegliere alimenti freschi e integrali rispetto ai prodotti ultra-processati, che tendono ad avere livelli di contaminazione più alti per via dei processi di lavorazione e confezionamento.
  • Pulire regolarmente gli ambienti per ridurre la polvere, che può veicolare microplastiche inalabili.

Per chi lavora nella filiera alimentare, vale la pena sapere che nel 2024 l’UNI (Ente Nazionale di Normazione) ha pubblicato la UNI/PdR 158:2024, linee guida specifiche per la riduzione delle emissioni di microplastiche nelle attività di produzione e distribuzione di prodotti alimentari.


Conclusione

La sicurezza alimentare si costruisce ogni giorno, attraverso scelte informate, attenzione alle materie prime e partner affidabili. Temi come quello delle microplastiche ricordano quanto sia importante restare aggiornati perché il settore cambia, la normativa evolve e le aspettative di chi siede al tavolo crescono.

Sul nostro blog troverai approfondimenti pensati per te, che operi nell’Ho.Re.Ca.
Dalle tendenze di consumo agli aggiornamenti normativi, dalla gestione del locale alla selezione dei prodotti, troverai tutto il necessario per la tua attività.

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